Progetto Euploos

Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie degli Uffizi

Scheda Catalogo "464 P"

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Scheda aggiornata al 11-03-2021
Opera 464 P
  • inv. 464 P
  • Basaiti Marco (1470 ca./ post 1530)
  • (?)
  • Studi di massi
  • Tecnica e materia: pietra rossa, lievi tracce di stilo su carta
  • Misure: 178 x 290 mm
  • Filigrana: stella a sei punte (simile a Briquet 4457 o 6033)
  • Stemmi, emblemi, marchi: timbro a inchiostro di collezione: Reale Galleria degli Uffizi (Lugt 930) sul recto in basso a sinistra

Iscrizioni

  • autore ignoto di epoca antica: "[cancellato]", a penna sul verso in basso a destra
  • autore ignoto di epoca antica: "di Mario Basaitti", a penna sul verso in basso a sinistra
  • autore ignoto: "464P", a matita rossa sul verso in basso al centro
  • autore ignoto: "37.", a matita sul recto in basso a sinistra

Notizie storiche e critiche

Gli interessi di Leopoldo de’ Medici per il collezionismo di disegni veneti sono ben documentati dalle fitte corrispondenze che il cardinale intratteneva con diversi informatori e conoscitori. Tra questi spicca l’agente di fiducia Paolo Del Sera, il quale contribuì a incrementare la collezione medicea con ingenti e prestigiose testimonianze di grafica veneta. Questo foglio, in particolare, può essere ricondotto ad una lunga trattativa che coinvolse i due personaggi tra il mese di gennaio del 1657 e l’agosto del 1658, ma sfortunatamente, nelle missive e negli elenchi redatti in quell'occasione, i disegni acquisiti non vennero descritti; si è però a conoscenza che, tra le diverse opere contrattate, sono citati più volte alcuni fogli di Basaiti . L’opera è certamente presente in collezione nell'ultimo quarto del Settecento, quando Giuseppe Pelli Bencivenni, nel suo ‘Catalogo dei disegni 1775-1793’ (GDSU, ms. 102), la descrive come “Veduta di una Cava / di Pietre, Simile, bella” individuandola in uno dei grandi volumi universali insieme ad altri sei fogli relazionati allo stesso Basaiti . Si tratta del medesimo numero di esemplari che, ascritti sempre all'artista, era stato riportato dal Baldinucci nella ‘Listra’ intorno al 1673; una congruenza che attesta l’antica tradizione attributiva e l’esito delle mediazioni condotte dal Del Serra. Infatti, dei nove fogli offerti al Cardinale, giunsero a Firenze sei esemplari, i quali verranno registrati nella raccolta medicea fino al ‘Catalogo riassuntivo della raccolta’ redatto da Pasquale Nerino Ferri . L’attribuzione tradizionale al Basaiti, che emerge dalla vicenda collezionistica e da un’antica iscrizione riportata sul verso, è accolta dalla critica con alcune esitazioni , in quanto non si conoscono disegni ascrivibili con certezza all'artista. Tuttavia, la relazione all'ambito culturale risulta coerente: il disegno pertanto per soggetto e sua interpretazione viene ricondotto al contesto, condiviso dal Basaiti, della Venezia di inizio Cinquecento, particolarmente sensibile allo studio del paesaggio . La composizione è dominata da una sponda rocciosa irregolare, che va digradando verso destra, interrotta in primo piano da numerosi massi e ciottoli in un greto. È coperta, nella parte soprastante, da un po’ di vegetazione e da qualche rado arbusto: più fitti nell'angolo in alto a sinistra, dove l’artista, con qualche rapido tratto, accenna alcuni alberi spogli, tra i quali si aggira una flebile figura vista di spalle. Il foglio è uno dei rari esempi di paesaggio della grafica veneta tra Quattro e Cinquecento; si tratta di una composizione accurata, ma incompiuta soprattutto nella parte superiore, da non considerarsi in presa diretta, non solo per alcuni caratteri tecnico-stilistici, che si affronteranno in seguito, ma perché la presenza umana accennata nella boscaglia, avvicinerebbe questo disegno più ad uno studio della natura in funzione di una narrazione che a una veduta in senso indipendente. L’immagine, precisa nella definizione stereometrica delle pietre e nella morfologia della rupe, mostra una consolidata acquisizione dell’arte quattrocentesca nella resa del paesaggio: in particolare, la natura spoglia e pietrificata, descritta con segno nitido nella parte bassa, evoca stilemi tipici di Mantegna e di Carpaccio . Invece, all'interno della scena, le soluzioni naturalistiche di Giovanni Bellini si desumono dal rapporto disteso tra la piccola figura e la vegetazione circostante, attraversata da un ermetismo ravvisabile nelle coeve invenzioni giorgionesche . Alla cerchia di Giorgione è imputabile anche lo sviluppo, da sollecitazioni leonardesche, della pietra rossa in laguna intorno alla fine del primo decennio del Cinquecento. Il foglio, integralmente realizzato con questo “medium”, si dimostra quindi assai aggiornato nell'uso del materiale perché applicato con sicurezza, sfruttandone la duttilità intrinseca: si scorgono segni sottili e precisi, quasi incisi, che delimitano alcune pietre; profili spessi e marcati nel contorno degli alberi e tratteggi, in qualche zona incrociati, che restituiscono un’elaborata situazione chiaroscurale. L’ottima capacità di utilizzo del lapis è confermata dalla presenza di due pietre rosse differenti: una prevalente di colore bruno ed una più chiara, quasi aranciata, che si intravede solo in alcuni dettagli centrali della scogliera. Il foglio si inserisce perfettamente in quel fervido contesto di rinnovamento della cultura disegnativa veneziana, che prevedeva - nel primo decennio del Cinquecento - un’innovativa e assidua sperimentazione della pietra rossa. Questa tecnica, importata da Leonardo e da alcuni suoi epigoni lombardi, fu condivisa e forse trasmessa alla fraglia di artisti veneziani, tra i quali si segnalano Carpaccio, Gentile Bellini e Giorgione. Non solo la tecnica, ma anche la spazialità più ambigua, raccontano di un progressivo abbandono della tradizione quattrocentesca, in favore di un dialogo più serrato tra la definita chiarezza dei volumi e gli effetti chiaroscurali della luce: suggestioni che rimandano alle sperimentazioni giorgionesche, tanto quanto alle preoccupazioni vinciane. Si rammenta come la dialettica tra cultura veneta e lombarda si dimostra estremamente feconda investendo molti altri protagonisti della scena artistica (tra cui Basaiti). In questo contesto l’immissione della pietra rossa deve essere avvenuta attraverso una fitta trama di rapporti, sostenuti dalla presenza capillare e prolungata di molti artisti di formazione leonardesca . A Leonardo, infatti, spetta il primato della sperimentazione in chiave autonoma della pietra rossa; la sua influenza in laguna, traspare nel foglio non solo per la scelta del “medium”, ma anche per le singolari connessioni che si possono riscontrare con i disegni di paesaggio realizzati dal maestro di Vinci e conservati presso la Royal Collection di Windsor Castle, come: la ‘Veduta alpina’ (RCIN 912406) e il ‘Paesaggio montuoso’ (RCIN 912405). Tuttavia, la concezione della rappresentazione, tratta dall’inventiva dell’artista, tradisce affascinanti similitudini con il leonardesco burrone roccioso di Windsor Castle (RCIN 912395), per il respiro elegiaco e quasi irreale che attraversa l’opera, e per la soluzione della vegetazione aggrappata alle rocce stratificate. Infine, il foglio in analisi è facilmente relazionabile al disegno di paesaggio degli Uffizi (inv. 1700F) , ricondotto al medesimo autore, non solo per l’analogo soggetto e le similitudini derivanti da un approccio affine alla tematica, ma perché entrambe le opere sono testimonianze di una fase di transizione molto sperimentale dell’arte veneziana, alla quale non è estraneo nemmeno Basati. Il foglio, tradizionalmente attribuito a quest’ultimo autore, viene ancora relazionato al Basaiti perché, attraverso le sue opere pittoriche, mostra ad inizio Cinquecento una grande propensione ad acquisire le novità adottate in laguna all'alba del nuovo secolo da Giorgione, Leonardo e Dürer . Qualità che la letteratura artistica partendo da Boschini, Ridolfi e Vasari le ha spesso ascritte al pittore, percependole nei suoi brani paesaggistici a sfondo di molti suoi dipinti. (Marco Braghin 2019)

Bibliografia

  • Baldinucci F. 1673, 1675 (BNCF, Postillato 97)
    Baldinucci F., Listra de' Nomi de' Pittori, di mano de' quali si hanno Disegni, e il primo numero denota quello de' Disegni, e l'altro denota quello, nel quale, òfiorirono, ò morirono i medesimi Pittori, e tutto fino al presente giorno8 Settembre 1673. Andandosi sempre agumentando la raccolta de' medesimi, e essendo fatta questa per semplice memoria, ne esser messi per anco i tempi a tutti; non si è osservato ordine alcuno nel metterli in nota, se non quello dell'Alfabeto, Firenze, 1673, 1675 (BNCF, Postillato 97), "Marco Basaiti" (6)
  • Pelli Bencivenni G. [1775 - 1793] (GDSU, ms. 102)
    Pelli Bencivenni G., Catalogo dei disegni, [1775 - 1793] (GDSU, ms. 102), v. I ("Basaiti Marco") v. Universale XII n. 4
  • Ferri P. N. 1890
    Ferri P. N., Catalogo riassuntivo della Raccolta di disegni antichi e moderni posseduta dalla R. Galleria degli Uffizi compilato ora per la prima volta dal conservatore Pasquale Nerino Ferri, Roma, 1890, p. 220
  • Heinemann F. 1962
    Heinemann F., Giovanni Bellini e i belliniani, Venezia, 1962, v. I p. 302, fig. 478
  • Bonario B. 1974 [1983]
    Bonario B., A study of the Venetian painter and a catalogue of his works, Michigan, 1974 [1983], The Univ. of Michigan, Tesi di laurea, 1974, p. 218 n. 48
  • Chiarini M. 1982
    Chiarini M., Il paesaggio, in Zeri F., Storia dell'arte italiana. Situazioni momenti indagini. Forme e modelli, Torino ,1982, p. 9, fig. 12
  • Fileti Mazza M./ Gaeta Bertelà G. 1987
    Fileti Mazza M./ Gaeta Bertelà G., Archivio del collezionismo mediceo. Il cardinal Leopoldo. I. Rapporti con il mercato veneto, Milano, 1987, tomo II pp. 543-544
  • Lucco M. 1993
    Lucco M., A l’occasion de la redécouvert d’un tableau du musée des Beaux-Arts, nouveau regard sur l’oeuvre de Marco Basaiti, in Bulletin des musées et monuments lyonnais, I, 1993, pp. 34-35, fig. 53
  • Momesso S. 1997
    Momesso S., Sezioni sottili per l’inizio di Marco Basaiti, in Prospettiva, 87-88, 1997, pp. 14-41
  • Petrioli Tofani A. 2014
    Petrioli Tofani A., L'inventario settecentesco dei disegni degli Uffizi di Giuseppe Pelli Bencivenni. Trascrizione e commento, Firenze, 2014, v. I p. 64
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