Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie degli Uffizi
I monocromi di soggetto antico ideati da Polidoro da Caravaggio e da lui dipinti insieme al fiorentino Maturino sulle facciate di diversi palazzi romani nel terzo decennio del Cinquecento ebbero da subito una vastissima fortuna, testimoniata dalle innumerevoli copie - in gran parte cinquecentesche - conservate nelle principali collezioni di grafica, dalle incisioni di traduzione diffuse tra il XVI e il XVII secolo da Cherubino Alberti, Hendrick Goltzius, Aegidius Sadeler e Giovanni Battista Galestruzzi, nonché dalle fonti coeve. Le pitture che decoravano l’esterno degli edifici dell’Urbe sono oggi in gran parte scomparse: le numerosissime riproduzioni grafiche, al di là della loro qualità artistica varia e discontinua, hanno dunque un grande valore storico. L’entusiasmo suscitato dalle esuberanti creazioni di Polidoro e Maturino è ben sintetizzato dalle parole di Giorgio Vasari: “Laonde si è veduto di continuo, ed ancor si vede per Roma tutti i disegnatori esser più volti alle cose di Polidoro e di Maturino, che a tutte l’altre pitture moderne” link . Ben presto le opere dei due sodali vennero incluse nel canone dei modelli dell’antico: erano infatti una fonte inesauribile di motivi ornamentali, di scene mitologiche ed episodi di storia. Inoltre, si percepiva già l’esigenza di preservarne la memoria: alla fine del secolo Federico Zuccari esortava i “giovani desiderosi” di essere accettati dalla rifondata Accademia di San Luca a disegnare e copiare le facciate di Polidoro e Maturino “che stanno per perdersi” . Nei primi decenni del XVI secolo la decorazione a chiaroscuro a soggetto classico ebbe a Roma una diffusione senza precedenti e intendeva porsi in continuità con la consuetudine greca e romana di ornare l’esterno degli edifici con pitture a tema storico e mitologico, testimoniata dalla trattatistica antica, in primo luogo da Plinio . Polidoro si impose ben presto come protagonista assoluto di questo genere artistico, distinguendosi per un inedito e disinvolto approccio al modello classico, finalizzato all’elaborazione di un proprio originale vocabolario di soggetti all’antica . La personalissima interpretazione dell’antico dell'artista era chiara già a Vasari, che scrive: “e nel vero eglino d’invenzione non ebbero pari, di che ne fanno fede tutte le cose loro, cariche di abbigliamenti, veste, calzari, strane bizzarrie, e con infinita maraviglia condotte” link . Questa grande varietà di motivi iconografici era valorizzata dall’impatto decorativo dei monocromi “a chiaroscuro”, una tecnica che intendeva imitare i rilievi in marmo e bronzo e che, sempre secondo lo storiografo aretino, si avvicinava più al disegno che alla pittura: “Vogliono i pittori che il chiaroscuro sia una forma di pittura che tragga più al disegno che al colorito, perché ciò è stato cavato da le statue di marmo, contrafacendole, e da le figure di bronzo et altre varie pietre” link . La pittura a chiaroscuro, intesa come la traduzione della scultura tramite un gioco di luci e ombre su una superficie bidimensionale, ben si prestava dunque a essere riprodotta su carta, nelle stampe con la tecnica a bulino e, nel disegno, tramite gli studi che Vasari chiama “di chiaro e scuro” link , cioè a inchiostro diluito spesso associato alla biacca su supporti colorati con funzione di mezzo tono, capaci di creare intensi effetti tridimensionali . La maggior parte delle copie da Polidoro conservate al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi si riferiscono a tre dei più celebri cicli romani di Polidoro e Maturino: quelli sulle facciate di Palazzo Ricci, di Palazzo Gaddi e di Palazzo Milesi. Le più numerose in assoluto sono tratte da quest’ultimo, costruito in via della Maschera d’oro su commissione del bergamasco Giovanni Antonio Milesi. Alcuni lacerti delle pitture originali sono ancora visibili in situ, e una stampa di Enrico Maccari (1876) tramanda un’immagine globale della complessa ed eterogenea decorazione che ricopriva interamente la fronte dell’edificio . Le copie agli Uffizi ne riproducono le parti più notevoli: il lungo fregio continuo con la Storia di Niobe, posto in basso (invv. 1283 S, 1277 S, 13414 F, 13425 F r., 1291 S, 1269 S, 1292 S, 13415 F, 1278 S, 92678, 92769); le figure virili - isolate o in coppia - tra le finestre del primo piano; gli episodi di storia antica al secondo piano (invv. 13373 F, 1265 S, 813 E, 1303 S, 4373 F, 19137 F, 13416 F, 13425 F v., 1310 S, 1313 S, 1315 S, 1282 S), nonché il repertorio di motivi ornamentali costituito da vasi istoriati, trofei militari, mascheroni ed elmi sopra le finestre (1535 E, 682 O, 683 O, 685 O, 1534 E, 1323 S, 684 O, 1528 E, 562 O, 563 O, 1280 S, 565 O, 1326 S, 2191 O r.-v., 564 O, 565 O, 568 O, 1279 S, 1297 S). Tali opere grafiche, databili per lo più al XVI secolo e, in alcuni casi, al XVII secolo, restituiscono solo in parte l’intensa vitalità degli originali. Gli affreschi, compiuti tra il 1526 e il 1527, si collocano in una fase piuttosto matura della produzione di Polidoro che da un lato riflette sulla Sistina di Michelangelo, e dall’altro lavora in continuo scambio con i colleghi Rosso Fiorentino e Parmigianino . In questa fase la ricreazione dell’antico diviene sempre più esuberante e fantastica, mentre le scene narrative seguono un ritmo dinamico e fluido che accentua la drammaticità degli episodi narrati. Il foglio in esame (inv. 562 O) e l'inv. 563 O sono opera dello stesso copista, attivo intorno alla metà del Cinquecento; sono inoltre incollati su un supporto di cartoncino azzurro insieme agli invv. 564 O e 565 O. Sul montaggio, al centro, è incollata una targhetta di carta su cui è scritto 'Da Polidoro da Caravaggio'. In basso a sinistra vi è un'indicazione a timbro che indica CLIV. e un'iscrizione a matita che recita: "Tutte copie fatte dalla Strada per la [parola cancellata] della facciata del Palazzo [parola cancellata] ([parole cancellate] d'oro)".(Laura Da Rin Bettina, settembre 2024)