Progetto Euploos

Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie degli Uffizi

Scheda Catalogo "93695"

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Scheda aggiornata al 01-10-2019

Notizie storiche e critiche

In seguito all’acquisto del 1916 relativo a tre album e novanta fogli sciolti dalla collezione di Giovanni Magherini Graziani (Figline Valdarno 1852 – Città di Castello 1924) di Città di Castello, l’opera è entrata a fare parte delle collezioni del GDSU sotto il nome di Cherubino Alberti. I tre album corrispondono ai numeri di invv. 93695, 93696 e 93697, mentre i novanta fogli sono compresi tra l'inv. 93698 e l’inv. 93787. Le schede allora redatte da Pasquale Nerino Ferri, conservatore del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, sono da considerarsi la prima voce critica su quei disegni. Solo quattro fogli erano stati già riprodotti nel 1897 dallo stesso Magherini, nel suo volume intitolato l’‘Arte a Città di Castello’, con l’attribuzione a Cristofano Gherardi detto il Doceno. In quella sede, però, l’attenzione era principalmente rivolta al soggetto di uno dei disegni che infatti derivava, come si vedrà, dagli affreschi del Doceno nella cittadina umbra, e ciò in accordo con lo spirito generale della pubblicazione di Magherini, finalizzata all’esaltazione campanilistica delle glorie locali. La fortuna critica dell’album in esame si risolve più che altro in citazioni sporadiche; poche sono le eccezioni in questo senso: se da una parte Avraham Ronen (1968, 1978) ha individuato in alcuni fogli copie dagli affreschi di Gherardi, Kristina Herrmann Fiore (1983) ha tentato di attribuire alcuni disegni alle diverse personalità della bottega degli Alberti, a seguito del ritrovamento di quattro codici conservati all’Istituto Centrale per la Grafica di Roma e riconducibili allo stesso ambito. Solo Albert J. Elen (1995) ha dedicato una scheda più approfondita all’opera nel suo insieme: lo studioso olandese ha infatti effettuato un esame codicologico attraverso il rilevamento delle filigrane e l’analisi dell’aspetto materiale del volume, proponendo che i fogli contenuti all’interno del presente album originariamente facessero parte dello stesso libro di disegni dal cui smembramento sono stati ricavati anche i volumi con gli attuali invv. 93696 e 93697 . Questa ipotesi non è però condivisibile sia per le differenti dimensioni delle carte, sia per le ripetizioni nelle numerazioni antiche di alcuni fogli; allo stesso modo non si può concordare con l’affermazione secondo la quale l’album proverrebbe dalle antiche collezioni medicee, evidentemente in contraddizione con la scheda catalografica compilata da Ferri al momento dell’ingresso nella collezione degli Uffizi. Elen riporta, inoltre, il contenuto di una nota di Alessandro Cecchi in apertura del codice, oggi non più reperibile tra i fogli contenenti appunti inseriti nello stesso volume, nella quale lo studioso attribuiva l’album a Cristofano Gherardi. Un altro appunto manoscritto, viceversa conservato, segnala l’intervento critico di Kristina Herrmann Fiore, la quale corregge una nota in apertura, a matita e in scrittura novecentesca (“Vol. 93695 cart. 10 Pagina con particolari di architettura in San Croce in Gerusalemme in Roma e ricordi scritti a mano di mano di Cherubino Alberti”), cambiando l’attribuzione tradizionale di uno dei fogli a Cherubino Alberti in favore “di Alberto Alberti (K. Herrmann Fiore, 1982)”. Elen propone anche la datazione del codice in un arco temporale compreso tra il 1575 e il 1600 a causa della presenza di numerose copie che sarebbero testimonianze di un artista in formazione; tale ipotesi tuttavia non sembra compatibile con la personalità artistica di Cherubino Alberti, che era nato già nel 1553. Il dibattito finora sintetizzato palesa le difficoltà da parte della critica di giungere a una soluzione unanimemente condivisa e presenta diverse incongruenze nelle singole ricerche di alcuni studiosi; soprattutto, evidenzia la necessità di effettuare uno studio sistematico dell’intera produzione grafica della famiglia Alberti prima di inoltrarsi nella disamina attributiva dei singoli fogli, considerando anche le difficoltà insite nello studio di un oggetto così complesso e stratificato come un album di disegni. In questa sede si è peraltro scelto di mantenere l’attribuzione tradizionale a Cherubino Alberti principalmente in virtù del suo valore storico e anche perché il repertorio di invenzioni del volume appare nel suo complesso effettivamente rispondente alla cultura figurativa dello stesso Cherubino e del suo entourage. Viceversa, ci si è prefissi di ricostruire soprattutto gli aspetti legati all’utilizzo dell’album da parte della bottega e di analizzare la sua funzione in quanto libro di disegni, per evidenziare e comprendere le modalità operative della famiglia Alberti. L’album è composto da trentotto carte disegnate su entrambi i lati ed è rilegato tra due piatti di guardia moderni di colore giallastro; i fogli sono inseriti tramite l’applicazione di un inserto dello stesso colore della rilegatura che corre lungo tutta la loro altezza per uno spessore di circa sette millimetri. Nel margine superiore sono presenti sia la numerazione moderna, trascritta a matita sul lato destro, sia quella antica, a penna e inchiostro sulla sinistra secondo la seguente sequenza: 71, f. non numerato, 28, 29, 30, 32, 36, 37, 38, 39, 41, 44, 86, 47, (?)8, 49, 50, 51, 52, 53, 56, 57, 58, 59, 60, 61, 64, 65, 66, 67, 71, 72, 75, 74, 76, 78, forse 31, f. non numerato; tale numerazione lascia quindi ipotizzare che originariamente il libro di disegni dovesse contare almeno settantotto carte. Pur avendo le stesse dimensioni del volume inv. 93696, sembra impossibile che entrambi gli album siano il risultato dello smembramento di un unico libro di disegni, a causa del differente sistema di numerazione. Tuttavia, come per gli invv. 93696 e 93697, si tratta di un album derivato da un libro contenente copie disegnate da opere dovute ad artisti estranei alla bottega Alberti, secondo una prassi che è attestata sia dai ‘Diari’ di Alberto, sia dalle opere pittoriche e decorative della famiglia . Pasquale Nerino Ferri assegnò a questo volume, come agli invv. 93696 e 93697, un solo numero di inventario, ma distinse i singoli fogli con una numerazione progressiva. Si è dunque scelto di richiamare quest’ultima numerazione per agevolare l’immediata comprensione della sequenza all’interno del volume di ciascuno dei fogli che si descriveranno. I fogli possono essere suddivisi in cinque grandi gruppi: un primo di disegni derivati dall’antico, il secondo provenienti da incisioni, il terzo da imprese di Raffaello e della sua bottega, il quarto da opere presenti a Città di Castello, l’ultimo invece è caratterizzato da una straordinaria collazione di fonti visive. Il primo nucleo comprende, tra gli altri, il f. 1 v., desunto da una visione laterale dei 'Dioscuri', e il f. 3 r., ispirato da un candelabro antico oggi nei Musei Vaticani. Per i fogli 5 r. e 5 v. occorre invece richiamare tre codici di Alberto Alberti, denominati A, B e C e conservati all’Istituto Centrale per la Grafica di Roma: infatti il f. 5 r. è accostabile all’analogo disegno nel cod. A contenente studi di fogliame dalla vigna dei Santi Quattro Coronati, mentre il f. 5 v., ispirato alla stessa fonte, richiama sia il f. 4 r. del codice B, sia il f. 6 r. del codice C . Del primo nucleo fanno inoltre parte il f. 10 r., rilievo di colonne e capitelli della chiesa di Santa Croce di Gerusalemme a Roma; il f. 10 v. con due “candilieri di santa gniese di marmo antichi lavorati con gran diligentia belli afatto”; il f. 36 v. dalla statua del Nilo; il f. 37 r. dalla statua di Marco Aurelio in Campidoglio. Infine, anche se non direttamente desunto dall’antico, è da inserire in questo nucleo il f. 36 r., copia del ‘Crepuscolo’ michelangiolesco, sia per l’ispirazione classica dell’invenzione di Buonarroti, sia per la tecnica esecutiva del foglio. Infatti i suddetti disegni sono tutti eseguiti a penna e inchiostro, con un tratto che definisce i contorni con una linea sicura e salda e le ombreggiature con tratteggi più rapidi e paralleli. Alle derivazioni da stampe sono invece da ricondurre il f. 16 v. e il gruppo compreso tra il f. 31 r. e il f. 34 r. I fogli 16 v. e 31 r. sono derivazioni da incisioni di Cherubino (B. XVII, 144, 88, non schedata da Bartsch) e presentano un segno analitico, a tratti quasi pedante, non compatibile con l’autografia dell’artista, ai ff. 32 r. - 34 r., invece, su carta preparata con inchiostro diluito a pennello, un esponente della bottega riproduce, con la massima fedeltà, due stampe del cosiddetto “Monogrammista PS” (B. XV, 1, 456; B. XV, 2, 456) raffiguranti erme antiche rivisitate con un'intonazione marcatamente grottesca. Il terzo nucleo è invece composto dai ff. 7 r. – 8 r., 13 r., 16 r. con dettagli degli affreschi della facciata di palazzo Milesi a Roma eseguita da Polidoro; il f. 9 v. si ispira a un pilastro delle Logge di Raffaello, mentre i soggetti dei ff. 11 r.,14 v., 30 r., il f. 24 r. provengono dagli affreschi di Raffaello in Sant’Agostino a Roma. Il f. 35 r. costituisce una copia stanca e tarda, probabilmente mutuata da incisioni, forse dello stesso Cherubino Alberti, dai dipinti di Raffaello alla Farnesina. Il quarto gruppo di fogli ci riporta, invece, a Città di Castello: il f. 6 r. richiama una decorazione forse riconducibile agli armadi della sacrestia di Santa Maria delle Grazie; il f. 9 r. è tratto dagli affreschi del Castello Bufalini di San Giustino di Cristofano Gherardi detto il Doceno, come i ff. 15 r., 15 v., 17 v., 20 r., 23 r., 23 v., 25 r., 27 r., 30 v.; allo stesso autore si rifà anche la 'Madonna con il Bambino' del f. 22 r., mentre a Palazzo Vitelli alla Cannoniera appartiene il mostro su due pagine dei ff. 28 v. – 29 r. Quanto al f. 6 v., esso è probabilmente ancora da ricollegare alla cittadina umbra, come sembrerebbe indicare la riproduzione fattane da Giovanni Magherini Graziani nel suo studio sopra menzionato. L’ultima categoria racchiude un materiale più disomogeneo, ma non per questo meno interessante: mi pare infatti che alcuni fogli rechino traccia di un’operazione concettualmente rilevante e pienamente in linea con una prassi artistica manierista che mescola e interpola fonti differenti. Così al f. 19 v. un putto, modellato sull’esempio del Laocoonte, sovrasta una cornice attorniata a sua volta da piccole figure sedute le cui torsioni rinviano a quelle degli 'Ignudi' michelangioleschi alla Sistina, mentre la base classicheggiante che sostiene questo grande apparato scenico è affiancata da due mezze lune vicine a decorazioni raffaellesche; la stessa operazione si può rilevare nel f. 18 r., dove il repertorio di grottesche, satiri e putti simili a quelle dei sarcofagi antichi (e peraltro presenti anche in altri fogli) si dispiega in finte specchiature, vuote o con figure maschili e femminili appena accennate tra mascheroni. La ripresa di un repertorio decorativo, non sempre antico, ma derivante piuttosto da Raffaello e ormai codificato, viene ripetuto nei fogli contenenti fantasiose basi per candelabri (f. 4 r.), leggii (11 r.) o semplicemente invenzioni da utilizzare negli intagli. A metà strada tra queste tre ultime categorie mi pare si debba collocare il f. 26 r. che Jessica Corsi (2008) ha interpretato come derivazione da un affresco di Cristofano Gherardi parzialmente perduto, ma che ad uno sguardo più attento rivela l'interpolazione da parte del suo autore di vari modelli (rimando alle schede dei singoli disegni per ulteriori notizie). Un discorso a parte invece meritano due fogli. Il primo è la raffigurazione al f. 21 r. dell’Orfeo di Baccio Bandinelli, che, pur apparentemente simile al caso presentato per il f. 26 r., in quanto copia da un celebre modello, è in realtà una fedele raffigurazione dell’opera con la base originale, come già evidenziato da Giovanni Poggi ; quanto alla sua attribuzione, mi sembra che il foglio sia da riportare alla bottega Alberti, a differenza di quanto proposto da Alessandro Cherubini . Il secondo disegno, f. 38 r., è invece da avvicinare ai fogli dell’ambito di Bandinelli, analogamente a quanto già rilevato da Kristina Herrmann Fiore a proposito del volume inv. 2503 conservato all’Istituto Centrale per la Grafica di Roma e in accordo con la prassi di copiare disegni di altri autori testimoniata dai Diari . Per quanto riguarda la datazione dell’album, un appunto segnato al f. 34 r. sembra fornire utili informazioni: al di sotto delle tre donne, probabilmente derivanti da un’incisione dell’ambito di Agostino Veneziano, con lo stesso inchiostro con il quale viene tracciata l’intera composizione viene iscritta la data “1555-56”, che assicura un terminus post quem. È invece possibile che un terminus ad quem sia da rintracciare nel f. 20 r., in cui è possibile ravvisare uno studio preparatorio per l’incisione eseguita da Cherubino Alberti nel 1580, come si evince dalla relativa scheda. Sulla base di tali elementi è possibile circoscrivere la cronologia dell’album tra la fine del sesto decennio e i primi anni Ottanta del Cinquecento, con rimaneggiamenti posteriori che riguardano l'aggiunta di perizomi su numerosi putti e statue, tutti della stessa mano, piuttosto corsiva, che potrebbe forse tradire l’intervento di un collezionista (che si tratti dello stesso Magherini Graziani?). (Chiara Cassinelli 2015)

Bibliografia

  • Parigi L. 1951
    Parigi L., I disegni musicali del Gabinetto degli Uffizi e delle minori collezioni pubbliche a Firenze, Firenze, 1951, p. 5
  • Ronen A. 1968
    Ronen A., Un ciclo inedito di affreschi di Cristofano Gherardi a San Giustino, in Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, XIII, 3/4, 1968, p. 379
  • Monbeig Goguel C. 1972
    Monbeig Goguel C., Gheradi senza Vasari, in Arte illustrata, V, 1972, p. 136 nota 60
  • Bora G. 1976
    Bora G., I disegni del Codice Resta, Cinisello Balsamo (Milano), 1976, p. 41
  • Ronen A. 1978
    Ronen A., The pagan gods. A fresco cycle by Cristofano Gherardi in the Castello Bufalini, San Giustino (II), in Antichità viva, XVII, 6, 1978, p. 25
  • Roma 1983
    Herrmann Fiore K., Disegni degli Alberti. Il volume 2503 del Gabinetto Nazionale delle Stampe, catalogo mostra Roma, Gabinetto Nazionale delle Stampe 1983, Roma 1983, p. 39
  • Matteoli A. 1983
    Matteoli A., Gli Alberti : [testo originale - più ampio e aggiornato - della voce composta dall'Autrice (1975/82) per l'Allgemeines Künstlerlexikon, Band I, Leipzig 1983, pp. 811-820], Firenze, 1983, p. 39
  • Elen A. J. 1995
    Elen A. J., Italian Late-Medieval and Renaissance Drawings-Books from Giovannino de’ Grassi to Palma Giovane. A codicological approach, Utrecht, 1995, n. 86, pp. 369-371
  • Corsi J. 2008
    Corsi J., Nuove aggiunte al "corpus" di disegni di Cristofano Gherardi detto il Doceno, in Polittico, V, 2008, p. 38
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